Un attimo e la vita cambia: La mia storia

28.09.2020

Buongiorno a tutti. Oggi non scrivo per intrattenervi. Scrivo per avvertirvi.

15 agosto 2018. Caldo torrido. Maglietta, jeans, niente protezioni. La stupidità di chi pensa: "Conosco la strada". Non conoscevo un bel niente. 

Ritorno da Montevarchi. In ritardo. Troppo veloce. Curva a sinistra. La moto raddrizza. Il panico mi blocca i polsi. Il guardrail arriva addosso come una lama di ghiaccio.

L'impatto.
Uno stridore atroce di lamiera. Il piede destro incastrato tra motore e guardrail. Un morso d'acciaio. La moto si trita contro il metallo, il mio corpo viene espulso. Proiettato. 

Il volo.
Cinque metri nel vuoto. Due metri d'altezza. Non c'è peso. Non c'è controllo. Solo il cielo che gira vorticosamente. Poi lo schianto. Di petto. Sul terreno duro. 

Il silenzio.
L'aria sputata fuori dai polmoni. Il buio. Provo a respirare, ma il torace è un blocco di cemento. Mi rialzo barcollando. Guardo i ragazzi che corrono verso di me. Muovono le labbra. Urlano. Ma io non sento nulla. Il vuoto assoluto. Sordità totale. Il mio cervello è andato in blackout. 

La realtà.
Il suono torna con un sibilo. Poi il dolore. Una fitta lancinante alla caviglia. Guardo il piede: è squarciato, la carne esposta, il sangue sgorga. I sanitari mi legano sulla spinale. Come un pezzo di carne da macello. Il verdetto? Due mesi a letto. Una caviglia distrutta. Una ferita che non dimentico.
Danni alla moto: 180 euro.
Avete capito bene? Con 180 euro ho riparato il metallo. Per riparare me stesso è servito un miracolo che non meritavo.

La prossima volta che uscite in maglietta perché "fa caldo", ricordatevi di quel fosso. Ricordatevi di quel silenzio. Il guardrail non perdona. L'asfalto non ha pietà.

     Vestitevi per la caduta, non per il viaggio.